Attiviamoci con Mediterranea! Presentazione a Bologna

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ATTIVIAMOCI CON MEDITERRANEA!
PRESENTAZIONE A BOLOGNA

In un presente in cui il mare Mediterraneo diviene ogni giorno cimitero di donne, uomini e bambini ed i porti delle nostre città freddi muri respingenti, essere dalla parte della vita e della libertà vuol dire avere il coraggio di prendere posizione e agire di conseguenza.

Questo è quello che abbiamo deciso di fare da Bologna come attivisti e attiviste di Ya Basta! Bologna e dei centri sociali Làbas e Tpo assieme ad altre realtà italiane ed internazionali che hanno dato vita all’operazione Mediterranea Saving Humans: essere presenti, presenti con una nave battente bandiera italiana in un mare senza più soccorsi, presenti se qualcuno si ritroverà in pericolo.

Mediterranea vuole creare un ponte tra mare e terra, tra chi tenta di giungere in Europa e chi pretende di poterlo accogliere, per creare e connettere città rifugio e porti sicuri. Mediterranea naviga il Mediterraneo per affermare che nessuno debba ritrovarsi nelle condizioni di dover essere soccorso in mare. Mediterranea non è un’ONG, ma un’ “azione non governativa”, una piattaforma aperta, un insieme di linee che collegano il mare alle piazze, le piazze alle città, e le città ai porti, passando per le case e le strade di chi non accetta che vi sia distinzione tra le vite che meritano di essere vissute.

Mediterranea naviga in mare, ma ha bisogno di attivarsi anche a terra: per costruire spazi di solidarietà e resistenza, per salvare tutte e tutti noi da un presente e un futuro di odio e intolleranza, per opporsi a un governo che si nutre di paura e del razzismo che esso produce dobbiamo incontrarci, guardarci negli occhi, organizzarci e lottare per sostenere l’operazione Mediterranea.

Per farlo, ci vediamo lunedì 8 ottobre alle ore 18:30 a Làbas, in Vicolo Bolognetti n° 2 a Bologna.

Info:
https://mediterranearescue.org/
https://www.yabastabologna.com/
Per donare: https://www.produzionidalbasso.com/project/mediterranea-saving-humans/

Lo Sportello Lavoro si unisce allo Sportello Lavoro&Diritti di ADL Cobas Emilia Romagna

NEWS!
Lo Sportello Lavoro Ricerca&Orientamento cresce e si unisce allo Sportello Lavoro&Diritti di ADL Cobas Emilia Romagna.

Ogni giovedì dalle 16.00 alle 19.00, oltre ad offrire sostegno nell’orientamento e nella ricerca del lavoro, offriamo consulenza sul rapporto di lavoro:

  • ti aiutiamo a conoscere e riconoscere i tuoi diritti di lavoratore/lavoratrice;
  • ti supportiamo nella lettura della busta paga;
  • ti assistiamo nelle vertenze nei confronti del datore di lavoro.

Lo Sportello Lavoro è uno spazio aperto e gratuito rivolto a tutte/i coloro che cercano o vogliono cambiare lavoro. Un punto di contatto, informazione, orientamento e accesso ai servizi del territorio. Un luogo dove conoscere e riconoscere i tuoi diritti di lavoratrice/ore.

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Manifestazione diritti per tutt* contro il governo Salvini – Di Maio

20giugno

Se c’è una certezza in queste ore nella convulsa politica italiana, è che le varie forme di “democrazia limitata”, sia nella inedita versione del contratto di governo giallo-verde nazional-sovranista sia nella più conosciuta versione europeista-monetarista della “dittatura dello spread”, trovano terreno di convergenza nella riduzione dei diritti e dei processi democratici, nelle politiche razziste e discriminatorie, nella crescita delle diseguaglianze sociali, nei paradigmi escludenti e securitari, nell’accumulazione della ricchezza per pochi, nei modelli “workfaristici” di controllo sociale, nello sfruttamento e nella criminalizzazione delle marginalità.

Non a caso la rottura di domenica 27 maggio tra il presidente Mattarella e la “truppa giallo-verde” non si consuma sulla critica ai tratti anti-democratici, escludenti e razzisti del trattato di governo, tantomeno sugli aspetti sperequativi della flat-tax: su questi punti i “due fronti” concordano – i migranti irregolari vanno rimpatriati e la ricchezza non va redistribuita.

Quel che è certo è che la spirale reazionaria non si ferma e le vicende delle ultime ore hanno polarizzato ancora di più le posizioni sulla collocazione internazionale dell’Italia tra il fronte europeista-stabilizzatore, “leale” ai mercati finanziari, alla Troika e ai trattati dell’UE, e il fronte nazionalista, sovranista e populista.

Comunque vada, siamo consapevoli di vivere in un paese in cui la privazione dei diritti, l’esclusione e le disuguaglianze sociali sono prassi comuni, messe in atto proprio in quei palazzi del potere (questure, prefetture, commissioni territoriali) chiamati a decidere delle sorti di milioni di residenti in Italia: dinieghi alle richieste d’asilo, rifiuto di rinnovare permessi di soggiorno (anche forme di protezione internazionale) per “mancata integrazione” (dove “mancata integrazione” significa non aver trovato un lavoro o aver lottato per i propri diritti), richieste di documenti non previsti dalla legge (come il certificato di domicilio firmato dal proprietario di casa o certificato di residenza per il rinnovo del P.S., con la conseguente nascita di un mercato nero di questi certificati).
Prassi e leggi razziste (come la Bossi-Fini e la Minniti-Orlando) producono un numero sempre più alto di persone “irregolari”, prive di permesso di soggiorno.
Senza permesso di soggiorno non si può lavorare in regola, non è facile ottenere un reddito, si è facilmente sfruttabili e ricattabili.
Mentre Salvini, Di Maio e molti altri vaneggiano su “rimpatri di massa”, mentre l’UE firma accordi bilaterali con i paesi di origine (indifferente e complice quindi delle attività criminali e delle condizioni inumane, dalle quali scappano i migranti), riteniamo sia necessario mobilitarsi per rivendicare diritti e libertà per tutte e tutti.

Dopo la straordinaria assemblea di venerdi 25 maggio a Làbas, abbiamo deciso tutti e tutte insieme di aderire alle mobilitazioni lanciate a livello internazionale dalla Coalizione Internazionale Sans Papiers e rilanciate dalla rete Diritti Senza Confini: ci vediamo il 20 giugno alle ore 17 in piazza del Nettuno a Bologna, per andare oltre la retorica e trasformare la giornata mondiale del rifugiato in una giornata di lotta!

• Per la regolarizzazione di tutti e tutte i/le migranti/richiedenti asilo già presenti sul territorio italiano, contro gli accordi bilaterali criminali e le deportazioni;
• Contro i dinieghi e le prassi illegittime attuate dalle Prefetture, dalle Questure, dalle Commissioni territoriali: per la concessione del permesso di soggiorno umanitario a tutte/i, per il riconoscimento del domicilio di fatto per il rinnovo del permesso di soggiorno.
• Per la rottura del vincolo che subordina il permesso di soggiorno al contratto di lavoro ed alla disponibilità di un reddito prefissato per legge;

Perchè o lottiamo per più democrazia, diritti e reddito per tutt@ o non ce ne sarà per nessun@!

Assemblea nazionale dei/delle Riders

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ASSEMBLEA NAZIONALE DEI/DELLE RIDERS
Domenica 15 aprile ore 10.30 a Làbas, Vicolo Bolognetti 2, Bologna

*Promossa da Riders Union Bologna

Sono ormai due anni che in tutta Europa i riders dei servizi di food delivery via app hanno alzato la testa e reclamato diritti e retribuzioni migliori.
In tante città sono nati spontaneamente gruppi o collettivi di lavoratori e lavoratrici che hanno smascherato la retorica delle piattaforme secondo la quale la cosiddetta gig economy sarebbe fatta di lavoretti volutamente saltuari, attività piacevoli, maggiore libertà.
Questa narrazione, utile a inquadrare i riders come presunti autonomi su cui scaricare tutti i costi d’impresa, nasconde in realtà il dispotismo dell’algoritmo, i diritti negati, il ricatto del rating aziendale, la mancanza di tutele e sicurezza, le paghe sempre più basse.
Il lavoro non è finito, non è diventato un gioco o un libero scambio, ha solo cambiato forme, tempi e luoghi. La gig economy si presenta come il futuro del lavoro. Ma questo futuro non è scritto e i/le riders hanno deciso di reclamare il loro diritto ad un lavoro e una vita migliori. Contro ogni narrazione vittimistica, vogliamo essere protagonisti di un cambiamento senza delegarlo a nessuno o aspettare che piova dall’alto.
Anche in Italia i servizi di food delivery sono in forte espansione e ci sono state importanti mobilitazioni in questi anni che hanno portato alla ribalta del dibattito pubblico queste nuove economie. Dal processo contro Foodora a Torino alle mobilitazioni di Milano fino all’esperimento di contrattazione metropolitana a Bologna, sono diverse le strade intraprese dai riders per auto-organizzarsi e reclamare i propri diritti.
Durante questi mesi è apparso sempre più chiaro che nonostante le difficoltà e le intimidazioni questo movimento non può e non vuole fermarsi. Anzi, ora ha bisogno di fare un passo in avanti per provare a diffondere il più possibile pratiche e rivendicazioni così come a mettere insieme i lavoratori delle diverse città. In questi mesi, infatti, tanti ci hanno scritto per chiedere informazioni o aiuto, altre volte per supportarci e incoraggiarci ad andare avanti.

Per questo l’invito che facciamo a tutti e tutte i/le riders è a venire a Bologna il 15 aprile per una giornata di discussione e condivisione collettiva dove conoscere e imparare dalle altre esperienze. L’obiettivo è quello di costruire insieme per il 1 maggio la giornata del Riders Pride con azioni dislocate nelle diverse città italiane ed europee che parteciperanno.

Siamo lavoratori e lavoratrici come gli altri e quindi vogliamo lottare e festeggiare anche noi!
Fare il rider non è un hobby, né uno sport e per questo il 1 maggio è anche la nostra festa.
Vi aspettiamo a Bologna per organizzarla tutti insieme!

°°a breve maggiori info su programma e ospitalità°°

BOLOGNA LOTTA CONTRO I FASCISMI: ZONA ROSSA.

manifesto

Dalla manifestazione per Afrin, con i partigiani e le partigiane del mondo, in lotta contro i confini e i fascismi, scriviamo queste poche righe sulla giornata del 16 febbraio a Bologna.

Come in tante altre città, anche a Bologna si abolisce dal basso il diritto di parola ad ogni forza fascista.
Banchetti, adunate, propaganda nazifascista e razzista sono contestate nei quartieri e non hanno cittadinanza politica nella nostra città.

Alle 13 del 16 febbraio 2018 in 100 abbiamo occupato piazza Galvani perché una nuova opportunità di impedire definitivamente il comizio di Roberto Fiore venisse colta da chi governa questa città. Questo non avviene, lo sgombero della piazza è violento.

Abbiamo occupato la piazza perché la farsa non andasse in scena e perché la possibilità di disobbedire e confliggere di fronte ad imposizioni e leggi ingiuste percorresse le strade e la rete. Così alle 19, da centinaia diventiamo migliaia di persone con la speranza, la gioia e la disponibilità a confliggere contro la bestia nera, sfidando grate e idranti della polizia. Piazza Maggiore si riempie per rigettare ancora una volta un corpo totalmente estraneo alla città e il Potere, usando la sua forza per permettere a 50 fascisti di esserci, vacilla un po’.

In migliaia abbiamo risposto determinat@, resistendo con i nostri corpi, per respingere lo squadrismo fascista, per esprimere tutto il nostro dissenso contro la presenza a Bologna di Roberto Fiore e Forza Nuova, una formazione fascista che difende ed elogia la tentata strage razzista di Luca Traini a Macerata. Prefettura e Questura hanno permesso questo scempio, l’amministrazione comunale ha intervallato dichiarazioni ipocrite a posizioni pavide e inaccettabili, i grandi partiti e sindacati lontani dalla piazza antifascista. Politicamente e militarmente si è scelto di caricare le migliaia di antifascist@ per consentire un comizio di qualche decina di fascisti.

La crescita e la determinazione della piazza di ieri dimostra che a Bologna il consenso nel conflitto contro il fascismo è parte integrante del DNA.

E dimostra all’altra piazza, ancora di più, come ogni tentativo di ergersi a soli ed unici custodi della democrazia, sempre pronti giudicare le altre espressioni della stessa e mai a guardare l’efficacia della propria, non sia altro che la dimostrazione di inattualità politica e sordità nei confronti dei sentimenti reali della città. Il fallimento della timidezza, la vergogna dell’ipocrisia, il vero regalo alle forze antidemocratiche.

Bologna non dimentica il passato ed i suoi e le sue partigian@; sfida apertamente l’odio e la paura, costruisce negli spazi sociali democrazia, accoglienza, solidarietà.

A Bologna non si passa. Forza Bologna.

Làbas

C.s. TPO

*L’immagine è un estratto della prima pagina de Il Manifesto del 17 febbraio 2018. La foto è di Michele Lapini

ROMA, 21 OTTOBRE 2017: NESSUNA PERSONA È ILLEGALE!

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Condividiamo l’appello Nessuna persona è illegale – Libertà di movimentoper manifestare il 21 ottobre a Roma.

• Per info partenza PULLMAN da Bologna: tpo@mail.com 3271798801
• Qui l’evento ufficiale della manifestazione: 21 Ottobre in piazza a Roma: #Nonèreato! https://www.facebook.com/events/281944142306771/

Ci sono momenti in cui non si può rimanere a casa, in cui scendere in piazza è un’urgenza non rimandabile.
Quest’estate, governo, giornali e gruppi di estrema destra hanno dichiarato guerra all’umano. Attraverso l’attacco alle ONG, hanno legittimato l’assasinio di centinaia di migliaia di esseri umani. Il ministro Minniti ha imposto delle regole per ostacolare il salvataggio delle persone alla deriva e ha stretto accordi con le milizie libiche (colluse con i trafficanti e, secondo alcune fonti, vicine all’ISIS). Il governo del Partito Democratico, intanto, ha finanziato con miliardi di euro pubblici l’apertura di campi di concentramento in Libia.
Di fronte a questa barbarie non si è mosso quasi niente. Se non delle voci, spesso solitarie, di denuncia e testimonianza. Ma questo non basta!
È arrivato il momento di scendere in piazza, in tante e tanti, per dire che esiste un altro pezzo di Paese. Spazi sociali, esperienze solidali, laboratori territoriali di mutualismo e di solidarietà attiva, collettivi e comunità di migranti auto-organizzati, donne e uomini che non credono alle menzogne razziste e sanno bene dove cercare i responsabili delle tante problematiche sociali che affliggono le componenti più deboli della società.
È arrivato il momento di dire con forza che bisogna smettere di tollerare l’intolleranza, che occorre togliere qualsiasi spazio agli spacciatori di odio e razzismo, che NESSUNA PERSONA È ILLEGALE. Non staremo a guardare di fronte al ritorno della barbarie!
Vogliamo essere in piazza perché riteniamo urgente rispondere al clima di odio razziale e di guerra ai poveri che sta imperversando nelle nostre città e che viene alimentato ad arte dal razzismo istituzionale e dallo sciacallaggio di formazioni esplicitamente neofasciste.
Vogliamo essere in piazza assieme alle donne e agli uomini migranti che continuano a mostrarci grande coraggio e determinazione nel disegnare le proprie rotte e costruire il proprio futuro.
Vogliamo essere in piazza contro la legge Minniti-Orlando, razzista e securitaria che pretende di toglierci la parola e gli spazi di vita nelle nostre città.
Vogliamo oltrepassare i confini di Ventimiglia, del Brennero, dove in troppi cercano di affermare il proprio diritto all’esistenza, così come vogliamo abbattere i confini interni alle nostre città, quelli visibili che producono una povertà di differenti colori ma fatta della stessa sostanza e quelli invisibili che ci mettono l’uno contro l’altro.
Vogliamo portare in piazza un’ “altra accoglienza”, che non si basi sul business dell’immigrazione, il confinamento dei corpi e lo sfruttamento di chi vi lavora, ma che, attraverso pratiche solidali e di mutualismo, promuova diritti e percorsi inclusivi
Vogliamo costruire questa giornata insieme alle seconde generazioni e a tutt@ i/le cittadin@ che rivendicano lo Ius Soli come battaglia di civiltà essenziale per iniziare a demolire le impalcature del razzismo istituzionale, saremo a Montecitorio con loro il 13 ottobre quando manifesteranno sotto il parlamento per rimettere questo elemento al centro dell’agenda politica.
Sentiamo l’urgenza di scendere in piazza e lo faremo con le modalità che ci sono proprie, nella costruzione di una processualità pubblica, larga e condivisa, come il movimento femminista, soprattutto in quest’ultimo anno, ci ha indicato.
Sei anni di crisi economica e di austerità hanno peggiorato le condizioni materiali di larghi settori di popolazione, ma dobbiamo avere la determinazione di continuare dire la verità: i migranti non sono il problema. Il problema sono le banche che speculano sulle nostre vite, i politici che ci impoveriscono, le imprese che ci sfruttano. Per questo, non smetteremo di rivendicare frontiere aperte e libertà di restare e partire insieme a forme universali di welfare, un reddito gar
antito, maggiori diritti sul lavoro, investimenti su formazione e sanità, case per tutt*.
Il 21 ottobre saremo quindi in piazza con tutte queste rivendicazioni e con un unico slogan, su cui non c’è mediazione possibile: Nessuna persona è illegale!
Invitiamo tutti coloro che lo condividono a mobilitarsi, a diffondere l’appello, a organizzare autobus e macchine per partecipare al corteo e costruire insieme la manifestazione.

Làbas oltre Làbas / Bologna oltre Bologna

striscione

 

Un corteo di 20mila persone a Bologna – in questi tempi di ansie securitarie e politiche dell’odio – non è qualcosa di scontato. Di più, è una boccata d’ossigeno che rompe il grigiore delle retoriche del degrado e della paura che stanno trasformando le città in spazi sempre più blindati. Un evento straordinario se aggiungiamo che chi è sceso in strada lo ha fatto per uno spazio sociale. Il carattere di extra-ordinarietà della manifestazione di sabato 9 a Bologna non è però comprensibile nei termini del miracolo, ovvero dell’evento inatteso e inspiegabile. Piuttosto è una rottura dell’ordinario, di quella quotidiana dose di razzismo, rassegnazione e frustrazione che sembrano essere diventati la cifra del nostro presente; è una marea di convergenze nella quale ognuno può essere parte del cambiamento; è l’apertura di un possibile che è già presente e aveva solo bisogno di spazio per venir fuori.

Sarebbe però riduttivo pensare che tutto ciò sia accaduto per via di un semplice luogo. Làbas è stato, è e sarà molto più di quattro mura. Basti pensare allo sgombero subìto l’8 agosto: invece di indebolirci ha fatto esondare per le strade della città tutta la ricchezza sociale che è stata accumulata in questi cinque anni attorno alla Caserma Masini. Una ricchezza che non è semplicemente in Làbas, ma nella città tutta. Perché Làbas è un’esperienza comune, un esperimento di cooperazione dal basso e autonoma in continua evoluzione. I tanti progetti che tra le mura di via Orfeo avevano trovato una casa – e che a breve ne avranno un’altra – sono un esempio concreto di quella potenza collettiva che si può chiamare in tanti modi ma che rende l’agire in comune una risorsa sociale: mutualismo, solidarietà, coalizione. Il possibile che Làbas ha mostrato poter essere reale è quello del fare società, del ricostruire legami e reciprocità, dell’accoglienza e non dei muri, dei beni comuni e non della rendita, della partecipazione e non del decisionismo.

Ma Làbas è già andato oltre Làbas.

A partire dal giorno dello sgombero, infatti, abbiamo provato a mettere in campo una processualità aperta e condivisa che non si limitasse a poche persone. Siamo di fronte ad una scommessa importante: è possibile immaginare una Bologna diversa da quella interessata solo a grandi opere e business? Una città che non trasformi le questioni sociali in problemi di ordine pubblico ma in occasioni di crescita collettiva? Una Bologna che ripensi se stessa a partire dalle tante esperienze di volontariato, associazionismo, solidarietà, sindacalismo, movimenti? Noi crediamo di sì. Come opporsi al deserto che le politiche di tagli e sicurezza stanno creando nelle nostre città? Politicizzando il sociale, coalizzando quelle forze – vecchie e nuove – che invece si riconoscono nella potenza costituente della cooperazione e del mutualismo per praticare l’alternativa. L’immaginazione civica non piomba dall’alto, si costruisce nelle processualità aperte dei conflitti e delle esperienze della città.

Quello che occorre è invertire la tendenza. In questi mesi si è venuto a creare un clima generale di attacco alla solidarietà e al mutualismo. Pensiamo alla odiosa campagna di limitazione e diffamazione nei confronti delle ONG che in mare fanno quello che gli Stati non fanno: salvare vite umane. Ma pensiamo anche alla minaccia di una campagna nazionale di sgomberi; scene come quelle di palazzo Curtatone a Roma rischiano di diventare il volto brutale di mesi di retoriche del decoro e ordinanze anti-degrado. La vicenda di Làbas invece segna un cambio di rotta: la forza collettiva coagulatasi nei 20mila di sabato ha obbligato un’amministrazione locale – che fino a questo momento aveva messo la testa sotto la sabbia davanti agli sgomberi e alle istanze sociali che le occupazioni portano avanti – a riconoscere il valore cittadino di questa esperienza, impegnandosi pubblicamente a trovare nuovi spazi. Non si tratta di un regalo, di una concessione o di un accordo, ma di una conquista strappata, di un’affermazione imposta grazie alla determinazione di tanti e tante, diversi ma uniti.

E ora? Abbiamo percorso tanta strada ma non per questo siamo arrivati. Prima di tutto, alle promesse dovranno far seguito i fatti: la campagna #RiapriAMOLàbas non si fermerà finché non potremo festeggiare i cinque anni di questa esperienza in un nuovo spazio. Il punto non è rientrare nelle regole per tornare all’ordinario, ma cambiare le regole perché quelle attuali non vanno. Làbas non va normalizzato; va riconosciuto nella sua autonomia e indipendenza, nella sua spontaneità, nella sua capacità di costruire collettivamente un pezzo di città diversa. Perché fin dall’inizio abbiamo scommesso sul carattere pubblico e processuale del suo destino, laddove pubblico non significa la apparente e formale neutralità dei bandi e degli avvisi, ma la concreta e democratica partecipazione a processi decisionali aperti a tutti quelli che vogliono contribuire. Se qualcuno pensava di depotenziarci, dopo il 9 sa che invece la marea è andata be oltre Làbas e ha investito la città. E qua sta il secondo punto. Si è aperto uno spazio cittadino di partecipazione e alternativa. Sta a tutte e tutti noi non permettere che venga chiuso ma far sì che debordi. Occorre riaprire una contrattazione sociale fra le istituzioni e la città. Occorre ripensare Bologna a partire dalla potenza costituente della cooperazione. #BolognaoltreBologna, la città dell’alternativa oltre il grigiore della città del business.

“L’aria della città rende liberi” diceva un motto medievale per indicare gli spazi urbani svincolati da obblighi feudali. Ci sono nuovi vincoli da cui liberarci. I vincoli della paura, del razzismo, della governance decisionista, delle politiche neo-liberali di rendita e concorrenzialità. La chiave per aprire nuovi orizzonti è solo celata alla nostra vista ma si trova già qua. Sabato ne abbiamo visto tutte le potenzialità. Una direzione è tracciata, ed è importante notare come siano tante le città radicali/ribelli/senza paura attorno a noi, segno di una possibile geografia europea da costruire al di là dei perimetri imposti dalla sovranità e dagli stati nazione. La strada da percorrere lunga ma di compagni e compagne lungo il cammino siam sicuri ne troveremo molti se avremo coraggio.

#RIAPRIAMOLÀBAS – GRANDE MANIFESTAZIONE – 9.09.17 – BOLOGNA

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Hanno sgomberato Làbas dopo quasi cinque anni di attività al Quartiere Santo Stefano, nell’ex caserma Masini che abbiamo rigenerato dopo 20 anni di abbandono delle istituzioni.

Hanno sgomberato uno dei laboratori politici, sociali e culturali più importanti e partecipati a Bologna, in una città sempre più mediocre, senza idee e senza futuro.

Ma i nostri corpi, le nostre vite, le nostre passioni e i nostri sogni non si fermeranno con uno sgombero. Lo dimostrano i migliaia di messaggi, attestati ed iniziative di solidarietà giunti in poche ore da tutta Bologna, l’Italia e il Mondo.

Il motivo è semplice: quello che abbiamo fatto in questi cinque anni è andato ben al di là dei muri dell’ex caserma Masini, ed è diventato un orizzonte di possibilità per tutti.

Ora è tempo di dare una risposta forte e determinata a quello che è successo ieri.

È per questo che abbiamo deciso di lanciare due appuntamenti: il 30 agosto ci troveremo per un’assemblea pubblica aperta a tutte e tutti, mentre il 9 settembre ci rimetteremo in cammino in una grande manifestazione nella quale tutte e tutti insieme andremo, con gioia e determinazione, a riprenderci ciò che è nostro.

*Per adesioni ed informazioni scrivere a riapriamolabas@gmail.com.

Qui l’evento Facebook: https://www.facebook.com/events/1396308287155571/
#RIAPRIAMOLÀBAS

THE POWER OF ASSEMBLAGE TRE IPOTESI A PARTIRE E OLTRE IL G20 DI AMBURGO.

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Che il G20 di Amburgo sia stato un vertice storico non c’è dubbio. Tuttavia, non per i risultati del summit ufficiale: la ben assortita parata di mostri – da Erdogan a Trump, da Putin alla Merkel – si è conclusa senza alcuna decisione rilevante. Lo stato di emergenza permanente che connota la sfera della sovranità politica e la crisi come paradigma economico non ammettono l’elaborazione di prospettive di lungo periodo. Piuttosto, è stata la marea ribelle che ha animato Amburgo ad aver conquistato il diritto a manifestare ed esprimere un dissenso radicale: la passerella si è da subito trasformata in un campo di battaglia tra la moltitudine ammutinata e l’impressionante dispositivo securitario messo in campo.

La cronaca di queste intense giornate è nota. Come ogni evento, non è facile dire quale sia l’orizzonte di senso che a partire da esso si apra proprio per la densità delle vicende e per la potenza che queste hanno espresso. Il rischio è quello di ridurre tutto alla singolarità del momento o di imbrigliarlo in una logica predefinita. Il G20 di Amburgo non è stato né l’uno né l’altro. Sicuramente la specificità del contesto – la città di Amburgo e la vivacità della società tedesca degli ultimi anni – ha avuto un ruolo determinante. Nessuno però avrebbe potuto dire in partenza come sarebbe andata. Anzi, in generale aleggiava un certo scetticismo rispetto all’opportunità di mettere ancora in campo percorsi di mobilitazione in occasione di un grande summit internazionale. “Am Ende entscheidet die Strasse”, alla fine è la strada a decidere. Quali indicazioni generali possiamo dunque cogliere a partire dal G20 di Amburgo? Quali sono quegli elementi non contingenti ma trasversali? Cosa rimane come terreno di pratica politica da percorrere oltre il summit? Tre sono le ipotesi che avanziamo.

Prima ipotesi: la dimensione urbana della produzione di resistenze.

La specificità di Amburgo è ben nota, una città ricca di occupazioni, spazi sociali, progetti di solidarietà e cooperazione dal basso. La dimensione del consenso rispetto alle proteste anti G20 è stata fortemente palpabile. Ovunque si potevano leggere cartelli di sostegno ai manifestanti e di rifiuto del summit, frutto sia della particolarità della città che del lavoro politico preparatorio messo in campo dalle diverse realtà tedesche. Anche quando i residenti di Amburgo si sono dati da fare la domenica mattina per risistemare le strade dopo le proteste non lo hanno mai fatto in opposizione alle manifestazioni dei giorni precedenti, semmai in supporto. Eppure Amburgo non ha espresso semplicemente una specificità territoriale, piuttosto ha rivelato in pieno il carattere globale della città contemporanea: non un luogo chiuso ma uno spazio aperto, attraversato da flussi e dunque immediatamente connesso ad una rete di dinamiche extra-cittadine. La dimensione urbana si è dunque mostrata come luogo di incontro fra corpi, produzione di alleanze, sperimentazione di pratiche politiche. Non a caso la polizia tedesca ha cercato in tutti i modi di immobilizzare i flussi, perimetrare gli spazi, spezzare le connessioni tramite una para-militarizzazione dello spazio pubblico che ha sganciato nettamente l’uso della forza da qualsiasi legittimazione del diritto. Da qui ne è nata una lotta per i flussi dello spazio urbano: alle zone rosse e blu, che delimitavano l’accesso ai luoghi del summit e sancivano il divieto di manifestare e radunarsi, hanno risposto i blocchi metropolitani del venerdì, che invece hanno violato le prescrizioni; alla pervasività dell’apparato di sicurezza ha fatto da contraltare l’imprevedibilità delle pratiche di sciopero sociale; alla paura e al terrorismo mediatico, messi in campo ben prima del vertice, si è opposta l’euforia collettiva dei manifestanti. Laddove si voleva spezzare, isolare, dividere si è generata cooperazione, solidarietà mentre i cosiddetti “grandi” erano confinati nei loro palazzi di vetro, il vero corpo estraneo rispetto alla città. La dimensione urbana sembra dunque rivelarsi come punto ottimale di incontro, scambio e alleanza. Non è forse un caso che proprio nelle città negli ultimi anni si siano sviluppate tante esperienze di accoglienza dal basso, mutualismo, neomunicipalismo, così come tentativi di regolamentazione degli spazi pubblici (decreti, ordinanze, fogli di via, gentrificazione).

Seconda ipotesi: l’esistenza di un terzo spazio.

Quello che è successo ad Amburgo ci testimonia che non tutto è riducibile alla terribile dicotomica alternanza tra il business as usual di matrice neoliberale e una prospettiva multipolare e neoconservatrice tra stati autoritari. Di più, è l’irruzione di una anomalia selvaggia che turba i sogni di chi pensava di aver eliminato qualsiasi voce di dissenso e di aver ricondotto tutto all’interno dei parametri della governance e della stabilità. Piuttosto la politica del rifiuto si è condensata in una moltitudine ammutinata che ha espresso tutta la sua potenza collettiva nella creatività del conflitto. Ognuno con i suoi metodi e sensibilità, nessuno in contrapposizione con l’altro. Si apre così un terzo spazio: non un soggetto, né un’identità o una forma organizzativa, bensì una superficie aperta di relazione che può essere attraversata da tutti (tanto dal precariato cognitivo quanto dal lumpenproletariat metropolitano) e che non appartiene a nessuno. Questo spazio di relazione e produzione di alleanze in continua mutazione si è dato attorno ad una serie di temi che negli ultimi anni sono stati centrali. Prima di tutto l’anti-capitalismo inteso come contrapposizione alle logiche del profitto e della competizione individualizzante, laddove invece si praticano esperienze di auto-organizzazione e mutualismo. L’aspirazione a un mondo senza confini, che si oppone al ritorno della dimensione nazionale del potere in nome di una solidarietà senza se e senza ma. Il rifiuto netto di un paradigma securitario tramite l’uso collettivo della forza: il riot metropolitano è stata la risposta dal basso allo stato d’eccezione proclamato dall’alto.

Terza ipotesi: queering politics.

Se esiste dunque un terzo spazio creatosi attorno ad istanze di emancipazione (dallo sfruttamento, dai confini, dalle ansie securitarie), occorre interrogarsi sul rapporto fra composizione sociale e organizzazione politica. Su questo occorre essere chiari: la partecipazione alle giornate di Amburgo ha ecceduto e sovrastato la capacità e la direzione delle realtà strutturate. Allo stesso tempo questo sancisce la fine della politica come organizzazione e il trionfo dello spontaneismo? No. Piuttosto cambia quello che è il ruolo delle soggettività politiche. Senza lo sforzo organizzativo per garantire il campeggio, i lavori del contro-summit, i blocchi del venerdì, la grande manifestazione di sabato, le cose sarebbero andate diversamente. Senza questi appuntamenti non si sarebbero create quelle condizioni di incontro all’interno delle quali si è potuta costruire un’alleanza dei corpi. Costruire spazi e occasioni di incontro non vuol dire determinarne l’esito, la processualità resta aperta. Femminilizzare la politica vuol dire quindi oltrepassare le identità predefinite, aprirsi all’altro, ricostituirsi all’interno di un fare in comune. Le assemblee – intese non come liturgia di “movimento” ma come momenti di incontro e cooperazione, nelle aule così come nelle strade – diventano dunque luogo di produzione soggettiva. Ogni traduzione è contingente: piuttosto che coagularsi attorno ad ipotesi complessive, la potenza moltitudinaria risulta di volta in volta attivabile in forme diverse e con obiettivi e composizioni differenti. La politica si fa queer. Non a caso in testa al corteo di sabato c’erano le realtà curde; il confederalismo democratico non ci invita forse a fare dell’orizzontalità e della partecipazione al di là dell’identità le basi di un modo diverso di stare insieme?

La centralità della dimensione urbana, l’esistenza di uno spazio sociale da attraversare senza pretendere di appropriarsene, l’esigenza di trasformare la politica in una processualità aperta e non identitaria. Se queste sono le ipotesi di pratica politica che possiamo ricavare dalle giornate di Amburgo, allora molte sono le sfide che si aprono davanti a noi. Riconoscere il carattere cittadino di molte delle forme di resistenza e alternativa contemporanea non vuol dire rinchiudersi nel localismo. L’esigenza di costruire connessioni, flussi e diverse geografie diventa quanto mai impellente. Come costruire dei network senza perdere la dimensione materiale che rende gli spazi urbani luoghi di incontro e soggettivazione? L’esistenza di un terzo spazio non equivale ad una sua immediata traduzione in forme politiche. Se la rappresentanza come forma di equivalenza fra soggetti ed organizzazione è morta a tutti i livelli (partitico, sindacale, di movimento), come costruire nuove forme di partecipazione in cui poter esprimere tutta la potenza sociale che ad Amburgo abbiamo visto assumere la forma del conflitto ma che altrove ha le sembianze del mutualismo, dell’organizzazione dal basso, della cooperazione? Infine, come ripensare le stesse soggettività politiche all’interno di diverse processualità? Attorno a quali nodi poter agire per creare le condizioni di nuove alleanze, per l’assemblaggio di nuovi corpi collettivi? Tutte domande rispetto alle quali Amburgo non fornisce risposte ma apre campi di sperimentazione politica. Non serve a nulla guardare indietro ma occorre coraggio per lanciarsi in avanti. In ogni caso, alla fine saranno le strade a decidere.

MARCIA NO ONE IS ILLEGAL, A BOLOGNA STIAMO COSTRUENDO UNA STRADA DIVERSA PER ACCOGLIERE TUTTI/E

fotofujiko

Una valutazione della straordinaria Marcia Bologna Accoglie – No One Is Illegal

Dopo l’entusiasmo della giornata di sabato, alcune righe per condividere insieme le nostre valutazioni sulla riuscita della marcia, che ha portato in piazza settemila persone dietro lo striscione “Bologna Accoglie – No One is Illegal”.
Accanto al successo numerico ci preme sottolineare la qualità della composizione: in primis la grande presenza di migranti, protagonisti orgogliosi di una mobilitazione che ha saputo mettere al centro e dare la meritata attenzione alla loro voce, piena di riflessioni, critiche e domande.

Ascoltando i tanti interventi al microfono, emerge una fotografia davvero poco consolatoria della condizione del sistema dell’accoglienza da un lato e della normativa sull’immigrazione e l’asilo dall’altro.
Quella per l’inclusione è una vera e propria lotta quotidiana, contro l’invisibilità, contro l’assistenzialismo ma soprattutto contro la privazione dei diritti elementari, come l’assistenza sanitaria, la residenza, il lavoro retribuito e il diritto di soggiorno.
Con i migranti e dietro di loro un corteo denso di esperienze e di valori positivi, composto da tantissimi singoli e da decine e decine di realtà indipendenti che ogni giorno lottano e lavorano per una accoglienza degna, capace di costruire reale inclusione e prospettive di futuro.

Questa ricchezza, variegata nelle pratiche, nelle appartenenze, nelle competenze, evidenzia chiaramente che sabato in piazza c’era la città di Bologna.
Un percorso aperto e pubblico, articolato in assemblee anch’esse pubbliche ed aperte, ma anche nuovo nelle forme della relazione tra soggetti, distante anni luce dalle forme della rappresentanza politica tradizionale – e non solo – vuote e lontane dalla realtà. Un processo pienamente dentro alla società, trasversale, democratico, che ha saputo rompere gli steccati, che è riuscito ad andare oltre all’indignazione, arricchendosi nelle differenze, oltre i minoritarismi, l’auto-rappresentanza, liberando il campo da ogni ipocrisia e ambiguità.

Nessuna speculazione sulla nostra pelle: né sulla pelle della città antirazzista né sulla pelle dei migranti.
Se infatti la marcia ha risposto all’ignoranza e alla malafede dei predicatori della paura e dell’odio capeggiati da Salvini, ha parlato chiaramente anche al partito responsabile della cancellazione dei diritti dei migranti. L’accoglienza pensata dal partito di Minniti e Orlando è il contrario di quella indicata dalla Marcia, perché è una accoglienza selettiva, che cancella i diritti residui dei migranti mentre reprime la libertà di circolazione bloccando le persone in fuga e consegnandole alla tortura, allo sfruttamento, alla miseria, alla morte.
Per questo è stato necessario ribadire che l’accoglienza non si declina certo nell’apertura dei nuovi CIE che anche la Regione Emilia Romagna ha approvato; chi è sceso in piazza l’ha fatto anche per chiarire che non si possono confondere due idee di società incompatibili.

“Bologna accoglie” – “No One Is Illegal” non è uno slogan neutro: significa innanzitutto affermare che bisogna uscire dalla gestione emergenziale dell’accoglienza; significa schierarsi contro i confini, contro la retorica della sicurezza, contro il razzismo di Stato, le politiche europee e nazionali che alimentano sentimenti di odio e costruiscono un impianto normativo che divide, criminalizza ed esclude; significa costruire canali di arrivo sicuri per i migranti; significa costruire una cittadinanza transnazionale per tutt@; significa rifiutare gli accordi del Governo italiano e dell’UE con dittatori sanguinari; significa opporsi all’applicazione della legge Minniti-Orlando senza se e senza ma.

Una scommessa vinta. Una sfida lanciata dal basso. Una piazza che ha scelto da che parte stare.
A Bologna stiamo scrivendo una storia diversa, con più voci e più corpi uniti dalla volontà di rifiutare un’Europa chiusa in se stessa, di sottrarsi alla trappola dei nazionalismi razzisti e costruire città aperte, accoglienti e solidali.
Siamo sulla strada giusta.

Cs TPO e Làbas Occupato