“No More Tear Gas”: in corteo a Hong Kong contro le violenze della polizia

You and me have never met

But we have a story about life and death

I hope there is a day to remove the mask

And breathe the free air

This is the motivation of my resistance.

(Cartello affisso fuori dalla stazione della Metropolitana di Cheung Sha Wan)

Nel vedere avvenire con i propri occhi da cittadino europeo un movimento di massa in un altro continente, unito nelle pratiche e nei modi di comunicare, eterogeneo nella composizione sia dal punto di vista anagrafico  che da quello dell’estrazione sociale e assolutamente non disposto ad accettare qualunque tipo di compromesso rispetto alle proprie richieste, verrebbe normale considerarla una situazione in cui la repressione di tale movimento da parte delle forze dell’ordine venga assunta come un male necessario, una configurazione inevitabile del presente da mettere implicitamente in conto se si vogliono perseguire e raggiungere più grandi obiettivi comuni.

Ebbene, cosa succede invece quando la rivendicazione del diritto all’azione diretta e radicale del popolo si pone, anche e soprattutto, il problema di imporre una revisione drastica e complessiva dell’atteggiamento delle autorità e non accetta compromessi neanche su questo fronte?

Questa è una domanda che siamo stati costretti a porci quando domenica 1 dicembre, alle ore 10.30 circa, siamo arrivati a Edinburgh Square a Hong Kong, dove stava avendo luogo la manifestazione “Parents Against Tear Gas”, chiamata subito prima della prima grande giornata di protesta di massa del movimento della Hong Kong Revolution dal turno elettorale distrettuale di domenica 24 novembre.

Tutte le informazioni che avevamo prima di arrivare al concentramento ci sono state confermate dagli interventi al microfono della piazza, al quale si sono alternati genitori e professori delle scuole superiori e delle università: oltre 10.000 sono state le unità di gas lacrimogeno lanciate dall’inizio delle proteste a giugno contro i manifestanti; le Hong Kong Police Forces non hanno ancora voluto rendere nota la composizione chimica dei gas usati per reprimere le proteste e, nonostante gli innumerevoli di referti medici direttamente collegati alla partecipazione a manifestazioni dove sono stati utilizzati gas lacrimogeni in dose massiccia, la polizia sta continuando a negare la diretta correlazione tra l’utilizzo dei lacrimogeni e i danni fisici dovuti al loro contenuto.

Queste sono le principali ragioni per le quali il movimento della Hong Kong Revolution ha deciso di includere all’interno delle “Five Demands” la costituzione di una commissione autonoma di inchiesta sul comportamento e sugli episodi di violenza delle forze dell’ordine avvenuti da giugno a oggi.

«Penso che chiunque con un po’ di buon senso sia in grado di capire che l’impatto dei lacrimogeni sul corpo di un essere umano è devastante, e qui li stanno utilizzando come se niente fosse», ci dice Key, una soccorritrice volontaria che sta partecipando alla manifestazione. Key ribadisce anche la sua volontà di essere «a supporto dei ragazzi che vanno nelle prime linee: il loro coraggio è da prendere da esempio».

Joy, una giovane mamma che troviamo a Edinburgh Square, ci segnala invece che «la polizia dice di usare i gas per disperdere i gruppi di manifestanti, ma spesso sparano dall’alto e dalla cima dei palazzi, puntando alla testa e agli occhi delle persone»,

L’aria che si respira a Edinburgh Square è quella di una forte preoccupazione e solidarietà nei confronti di coloro che sono disposti a rischiare qualcosa in più per le richieste di tutti; ma queste persone sono poi le stesse che ritroviamo nel cuore del corteo di massa del pomeriggio, che sfilando lungo Saintsbury Road verso Hong Kong Bridge rompe il divieto di invasione delle strade in meno di 5 minuti dalla partenza e paralizza il traffico automobilistico cittadino per l’intero pomeriggio, urlando costantemente slogan, anche molto pesanti, contro la polizia.

La trasversalità sociale più volte evidenziata del movimento della Hong Kong Revolution, che vede genitori, anziani e studenti marciare consapevolmente fianco a fianco, si trova così a essere accompagnata da un’aspra, diretta e dichiarata contrapposizione nei confronti di coloro che mettono in pericolo l’incolumità e la vita delle donne e degli uomini che stanno lottando fianco a fianco.

In questo contesto, la sensazione che si prova è quella di un continuo emergere del sentimento popolare di insubordinazione, sentimento che però non si configura solo come mezzo della protesta e meccanismo di attivazione delle masse, bensì come vera e propria condizione politica per il raggiungimento degli obiettivi di democrazia radicale che le varie anime di questo movimento condivide, verso un futuro orizzonte di liberazione comune.

«Egalitarian democracy will only emerge when all structures of domination are abolished» (Angela Davis).

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